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Manifesto Iacchetti.

Gera, Internoitaliano by Giulio Iacchetti

Ho conosciuto tardi il lavoro di Giulio Iacchetti, anche perchè sono pessimo con i nomi, non che non abbia memoria… è che tendo a ricordarmi di più il progetto di qualcuno e poco me ne importa del nome di chi lo ha fatto. Mi piace un buon brand ma non sopporto chi è brand… insomma Iacchetti è diventato subito riferimento era ovvio, è un designer di quelli bravi che ancora fa i suoi schizzi, che fa sentire anche le matricole sulla strada giusta in qualche modo. Poco tempo fa Giulio (voi sapete quanto mi piaccia chiamare per nome gente che non conosco, è un modo per farci sentire tutti più vicini,ndr) ha rilasciato una intervista a Grupponove a proposito di Internoitaliano il suo nuovo brand, se così vogliamo chiamarlo, non ci interessa commentare tutta l’intervista ci interessa solo una frase, il video potete vederlo tranquillamente poi. Giulio dice, parafrasando: “Tutti siamo d’accordo con la frase ‘la forma segue la funzione’ ma sarebbe bello che la forma seguisse l’emozione…” beh… questa frase dice molto di più di quanto possiamo leggere. Non è certo una novità nel mondo della progettazione pensarla in questi termini ma bisogna avere due grandi **** per dirla davanti a tanta gente, perchè stai entrando in un campo molto difficile, stai attaccando molta molta gente che crede che la progettazione sia solo questione di numeri, soldi, cassettiere con sette cassetti e #cool. Vi racconto questa, tanto noi ormai siamo in confidenza… come Giulio anche io una volta ho provato ad esprimere questo concetto ad una docente di interni, la quale sosteneva che nel nostro progetto c’erano problemi, io ho cercato di spiegarle che un progetto è anche influenzato dalle emozioni e che uno spazio non deve essere solo un contenitore ma deve comunicare con gli utenti, deve farti dire io sto bene qui. Il risultato è stato un votaccio e pugnalate alla schiena dai compagni di esame stile Roma imperiale. Quindi uno evita di dire certe cose così indecenti davanti a certa gente perchè potrebbero essere fraintese e minare la loro autostima da progettisti. Io comunque non porto rancore, lui sa la strada, ci vediamo li… dicevamo… La bellezza di questa frase sta nella sua ingenuità forse o al contrario nella sua completa comprensione di diversi fattori che regolano il fare design. E’ senza dubbio un manifesto, e certa gente lo sta prendendo in parola. Ci piace che il progettista non sia solo una macchina che sputa frasi fatte e ragiona come chi gli ha insegnato a tirare una riga, ci piace che si prenda il tempo di elaborare una teoria progettuale, per poi magari confutarla. Ci piace che ci sia qualcuno disposto a dire: ho imparato, ora però fatemi pensare. Dire che la forma possa seguire l’emozione non è poi così assurdo infondo la progettazione oltre a considerare le funzioni di un oggetto considera anche come questo oggetto possa influenzare chi lo usa, non è mica cosa da niente, esistono persone che per lavoro fanno quello, provano cose e danno pareri, pareri che possono essere “è troppo spigoloso” o “non entra la mano” fino a cose tipo “mi rende triste”… ma diamine un divano non può renderti triste giusto? Un divano no… ma una sveglia forse… o una tenda… o una cornice… o una casa…. E cosa ti rende felice? Cosa ti piace?… Jovanotti avrebbe risposo il mare, senza torto, ma come si fa a capire cosa piace alla gente? Gente sempre più dipendente da un solo oggetto, da un unica interfaccia, da un unico sistema…. Stiamo “perdendo il contatto con la realtà”… troppi smartphone e poco cervello? …. No, non si può, la realtà è qualcosa di costante,  che addirittura si adatta a noi perché di fatto, è una percezione. Quindi non possiamo perdere il contatto con la realtà finché non impazziamo del tutto. Possiamo però cercare di percepire la realtà degli altri, di porci in una condizione di empatia e capire cosa fa star bene le persone… e ditemi voi se non è design questo…

italiaDesign: Guilio Iacchetti from italiaDesign on Vimeo.

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Comic Sans Cancer posters.

C’è del classismo in questa professione è chiaro, soprattutto nei confronti dei (o delle) font. Quando si fa grafica la tipografia è essenziale come l’aria, è quello che da senso al tutto. Senza una buona tipografia una buona grafica non sta in piedi, parafrasando Daniel Handler: “… la tipografia è la gioia più grande della vita”. Ed esattamente di vita stiamo parlando. Forse Comic Sans è il font più odiato da ogni designer sulla faccia del globo, apparentemente non c’è ragione ma la controversia è accesa, diciamo che per odiare Comic Sans bisogna saperne di tipografia, altrimenti si risulta solamente ignoranti. Ma tornando a noi… il font fu disegnato esattamente 2o anni fa da Vincent Connare, un designer francese che lavorava per Microsoft e per celebrare il suo ventennale il designer Neozelandese Chris Flack ha chiesto a decine di grafici e designer di elaborare un poster in A2 con l’odiato font, ma con un tema ben preciso: il cancro. La metafora è sottile ma molto intelligente, i poster sono stati realizzati per una iniziativa che finanzia la ricerca contro il cancro in Inghilterra. Comic Sans for Cancer. Come questa odiata malattia che  fa perte della vita di tutti, così quel font. I poster sono stati selezionati e verranno esposti a Londra in un galleria ad est della città. A partecipare anche il designer originale di Comic Sans… a dimostrare che nonostante l’odio e il dolore che questo provoca è ancora in piedi e se la cava bene. Quando la grafica è la cosa meno frivola che ci sia…

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Dentro Pyongyang.

Koryo Tours/JT Singh/Rob Whitworth

Da qualche tempo la Corea è diventata oggetto di interesse qui nel nostro team e la Corea del Nord è senza dubbio una delle zone più controverse del mondo. Entrare in Corea del Nord è molto difficoltoso e i giornalisti hanno moltissime limitazioni, sia su cosa dire ovviamente, sia su cosa mostrare, così è capibile che in realtà non esistano molti video della nazione chiusa su se stessa. Ecco che se troviamo un video di promozione turistica di Pyongyang è come una mosca bianca. Il video è un timelapse realizzato in più tempi montando centinaia di immagini. Il video è stato commissionato e realizzato dall’esperto di marketing JT Singh e il filmmaker Singh Rob Whitworth. Ovviamente le restrizioni sono state molte. Non vediamo nulla della crudeltà e del dolore che impregnano la vita dei Coreani oppressi dal regime. In realtà Pyongyang sembra una città piuttosto bella da questo video, ma sappiamo bene che dietro quei palazzi di cemento c’è molto di più. Oggi le immagini ci raccontano questo luogo e noi in religioso silenzio prendiamo nota.

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I loghi di Mike Federigo.

Chanel by Mike Frederiqo Courtesy of Mike Frederiqo

I loghi di moda sono tra i più riconoscibili al mondo. Sono conosciuti da tutti in tutto il mondo e venerati come sigilli degli Dei. Mike Federigo li ha resti ancora più riconoscibili fondendo il logo con il personaggio che gli sta dietro, dico personaggio perché non posso dire stilista, dato che molto spesso i creatori e gli stilisti non combaciano. Ma i loghi di Mike sono estremamente intelligenti, ironizzano sulla divinazione e sulla natura Pop. La lettura che possiamo darne è anche polemica dato che non è affatto che dietro ad un marchio c’è solo una persona, ma un esercito di persone, che molto spesso ricevano poco se nessun riconoscimento.

Marc Jacobs by Mike Frederiqo Courtesy of Mike Frederiqo

Louis Vuitton by Mike Frederiqo Courtesy of Mike Frederiqo

US Vogue by Mike Frederiqo Courtesy of Mike Frederiqo

 

YSL by Mike Frederiqo Courtesy of Mike Frederiqo

Ralph Lauren by Mike Frederiqo Courtesy of Mike Frederiqo

 

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Gli animali di Roee.

Roee Magdassi, neo laureato all’università di Design di Gerusalemme ha creato “Tre”, una mini collezione di tre mobili che si ispirano ad altrettanti animali. Ogni pezzo trae la sua forma da una sintesi della sagoma dell’animale. Giocando con l’ironia e la giocosità i tre oggetti sono stati prototipati: una poltrona, una lampada e un tavolino. Il processo di astrazione della forma ha portato Roee a ad un risultato molto essenziale che incorpora sia tecnologia, vedi l’interruttore invisibile della lampada e un piacevolissimo equilibrio estetico.


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Scarpe intelligenti.

Ormai ci siamo, ormai siamo entrati nell’era della nano tecnologia che entra nei vestiti e nel corpo. Dopo occhiali, orologi e bracciali ora un altro accessorio diventa intelligente, la scarpa. Una compagnia indiana ha infatti presentato al mondo la prima smart show, si chiama LechalUna scarpa sicuramente dall’aspetto futuristico, che tiene conto della nostra attività fisica e comunica con noi tramite vibrazioni. Attraverso delle semplici gestures possiamo creare pin sulle mappe e senza toccare lo smartphone, creare un percorso per il jogging, infatti la scarpa ha un segnalatore GPS e una app dedicata. Il tutto è davvero ben fatto e il fatto che sia una innovazione tutta indiana ci piace ancora di più. Ovvio che questa degli strumenti che ci dicono quanto abbiamo corso, quanto abbiamo dormito e se andiamo regolarmente di corpo comincia ad essere una terra fin troppo esplorata, ma il punto di partenza già ci lascia senza parole!

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David Lynch, da regista a stilista.

Quanto mi secca avere ragione disse lo scemo del villaggio. David Lynch, artista, regista, e tuttologo laureato. Non bisogna affatto sorprendersi se Mr. Lynch si è messo a fare lo stilista ora, l’assurdo è il più grande piacere della vita secondo lui, e noi gli diamo pienamente ragione. La vita non ha schemi, se li leggiamo sono stati imposti solo e soltanto da noi. David è un creativo. Si guadagna da vivere con le sue idee. Lo so quello che state pensando voi: “Certo, farebbe anche la scimmietta per qualche soldo”… si è vero. Ma che male c’è? In questo paese siamo ancora abituati a pensare che le idee non si pagano. Dovremmo vergognarci. Le idee sono la cosa più preziosa che possiamo offrire, ci sono idee buone e idee meno buone, bisogna imparare a discernere, ma hanno un grande valore e dobbiamo imparare a riconoscerlo. Qui la collezione di Lynch in collaborazione con Live the process.

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La Terra dei Bambini è distrutta.

Trovare le parole per scrivere di certe cose credetemi non è facile. Non sono un giornalista ne un reporter, scrivo per hobby e scrivo di ciò che amo. Non è davvero semplice parlare di guerra e questo mondo ne ha già sentite tante, ma dobbiamo. E’ sbagliato tacere. Dobbiamo sapere di quale infame ignoranza e malvagità è capace l’uomo. Noi siamo esseri unici, capaci di grandi cose, possiamo fare tutto eppure non possiamo gestire la nostra convivenza senza l’odio. E’ assurdo come tutto quello che facciamo ruoti intorno a ciò che amiamo e ciò che odiamo, ed entrambi sono indici di noi stessi, determinano chi siamo. E’ molto limitante vedere la realtà in questi versi. Eppure in natura tutto va equilibrato. Se esiste un polo positivo nella calamita, esiste anche un polo negativo. Questo giustifica alcune azioni che per noi sono dannose e creato disastri e disagi, ma non giustifica l’odio. Non possiamo dire che se esiste l’amore deve per forza esistere l’odio, di logica potremmo, ma allora staremmo dando la conferma di quanto ignoranti e primitivi noi siamo. E’ inutile negarlo. Ognuno di noi, anche se per poco anche se solo per una volta ha provato quella scintilla di odio dentro se. Quella è la prova di quanto ancora dobbiamo evolvere prima di raggiungere uno stato appena vicino alla comprensione di ciò che ci sta attorno. Quando mettiamo la nostra vita nelle mani di persone che conoscono solo l’odio… allora ci troviamo davanti a tutti i maggiori eventi più vergognosi e deplorevoli della nostra misera storia su questo Mondo. Noi siamo esseri progettati per la creazione. Noi stessi siamo uno strumento per la copia e la riproduzione. Siamo polvere di stelle tenuta insieme dalla gravità e il nostro compito è creare. E’ dunque ovvio che la distruzione è la cosa più distante dalla nostra natura. La guerra è la cosa più distante dalla nostra natura. La guerra è l’antitesi della domanda “chi siamo”.

Il 20 luglio 2014, la scuola “La Terra dei Bambini”, nel villaggio di Un Al Nasser, un esempio globale da parte della Cooperazione Italiana e della ONG Vento di terra, una esempio architettonico essendo la prima struttura bio-climatica di Gaza, un rifugio per 130 bambini dai 3 ai 6 anni contro l’inimmaginabile orrore della guerra e un sostegno per le loro madri, offrendo cure mediche e psicopedagogiche, è stata distrutta durante una azione di guerra israeliana. Non è rimasto nulla. I bambini e gli abitanti sono stati messi in salvo, ma quella scuola, un simbolo, una certezza, una segno di pace non esiste più. Gli uomini sono creatori, chiunque distrugge in nome dell’odio non è un uomo.

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L’insalata di patate da 45 mila euro.

Questa sembra una notizia farlocca che potreste sentire alle 8 di sera sui maggiori telegiornali, ma oltre la notizia farlocca, la notizia unta di maionese, c’è molto di più. Il signor Zack Danger Brown (lo chiamavano “il pericoloso” ndr) ha dimostrato al mondo di essere uno dei più bravi venditori che siano mai esistiti. Infatti Zack ha guadagnato circa 50 mila euro per il suo progetto su Kickstarter, la piattaforma che permette a chi ha un progetto di raccogliere fondi tramite donazioni. Ma fin qui tutto bene! Le braccia ci cadono quando scopriamo che il progetto di Zack è….. una insalata di patate… la celebre potato salad, super popolare mix di patate lessate, maionese, cipolla ed erba cipollina. Come vi sentire ora? Scommetto che state provando sensazioni contrastanti. Si lo capisco. Forse Zack voleva solo fare l’insalata di patate. Forse la faccia di bronzo di questo ragazzo ha smosso i cuori di migliaia di persone. Forse la gente pagherebbe qualsiasi cifra pur di far parte di un evento virale. Forse preferiamo le stronzate alle vere idee. Chissà, sta di fatto che questo evento che ha fatto il giro del mondo ed è diventata una notizia virale in poche settimane deve servirci d’esempio, a tutti noi. Sono certo che ora Kickstarter diventerà come una gastronomia… se volete donare qualcosa a Zack per la sua insalata potete farlo a questo link.

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Casa Futebol, abitare allo stadio.

I mondiali sono finiti, bene, la Germania vince, bene, il Brasile si ritrova con una decina di stadi che faranno la muffa a breve… non tanto bene. Sebbene il Brasile debba mettersi in regola con i lavori per le olimpiadi attualmente in altissimo mare, ora si ritrova con degli stadi nuovi di pallino che non risolvono i problemi più grandi della nazione, come la mancanza di servizi, o di abitazioni. L’idea di riconvertire questi stadi non sembra affatto malvagia! Ma cosa mai potrebbero diventare? Centri commerciali? Parchi? Centrali elettriche?… beh probabilmente la cosa più facile sarebbe trasformarli nella cosa che più serve al momento: case. Ecco che nasce il progetto “Casa Futebol” di Axel de Stampa e Sylvain Macaux di 1Week1Project, che propone di convertire gli stadi in agglomerati di housing tramite dei compartimenti modulari. L’idea è quella di una architettura pop-up che va ad incastrarsi dove possibile, creando una “favela verticale” ma che favela non vuole essere… l’idea è estremamente nobile… ma lascia il tempo che trova. Non è una soluzione così semplice e richiederebbe enormi interventi per garantire acqua, elettricità e scolo delle acque reflue… insomma 7 per l’impegno…

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