Ark.inU Fashion, Ark.inU Video

In visita da Margiela.

Noi siamo maschere, se guardiamo al significato greco di persona. E’ pur vedo che la moda è un continuo cambiare maschera, se cambia la moda cambia il modo in cui copriamo la nostra persona e assumiamo sembianze nuove, aliene a volte. Questo è un modo per vedere la moda, ve ne sono molti altri, ma dire che la moda è una maschera non è poi così sbagliato. Lo stilista ci vende una immagine, una visione di una persona che emblematicamente incarna il suo lavoro in quel preciso momento, e noi compriamo, e diventiamo in parte quella persona. E’ complesso, quasi surreale come surreale è il lavoro della Maison Margiela. Avevamo già parlato di Margela e del suo fondatore così elusivo ed emblematico. Negli ultimi anni sembra che tutto sia gestito da un fantomatico gruppo di persone, sei in teoria, che insieme realizzano alcuni dei pezzi più significativi per il panorama mondiale della moda contemporanea. Bah… Ma la curiosità della gente comune cresce e cresce. Tutti vogliono vedere le facce di chi realizza gli abiti Margiela, così la maison si diverte a stuzzicare il suo pubblico con indizi sparsi qua e li, ultimi nella lista una serie di video girati da  David Luraschi per Dazed, all’interno degli uffici parigini della maison. I video estremamente surrealisti in realtà nascondono piccoli segreti che chi guarda deve saper decifrare. Ovviamente noi il significato preciso non lo sappiamo, ma certamente sono segreti molto semplici, quanti caff’è si bevono in una settimana? Di quanta gente è composto lo staff? Perché è tutto bianco? Cosa significa il numero 6?…

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Ark.inU Art

Autoritratto ematico digitale.

Abbiamo già parlato tempo fa di questo tipo di arte in una top 10. Certamente non è una cosa originale Manzoni primo fra tutti si farebbe delle grandi risate in questi casi. Ma esiste certamente una categoria dedicata a questo tipo di performance. Ted Lawson artista newyorkese non è nuovo a questo tipo di approccio ma questa volta ha fatto un salto in una dimensione nuova. Per la sua opera ‘Ghost in the machine’ si è collegato ad una stampante robotica alimentandola con in proprio sangue. La stampante era stata programmata per tracciare un autoritratto dell’artista nudo. Inevitabile non notare il rimando, forse polemico, verso la Sindone, anche se il concept di Ted era mostrare nel modo più estremo possibile quanto l’uomo sia dipendente dalle macchine e come questo rapporto sia sempre più intenso e forse logorante. Le immagini seguenti possono turbare, quindi vi invitiamo a non proseguire se vi infastidisce la vista del sangue.

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Ark.inU Grand Tour

GRAND TOUR – Toronto.

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Un nodo alla gonna, un casco in testa, uno zaino in spalla e in pensieri dentro, forse. Con una bici Toronto è veloce, è colorata, è frizzante e scoppiettante. Con una bici, Toronto, l’estate e la vita sono una cosa meravigliosa. Perché siamo nel paese in cui l’estate arriva in due giorni, all’improvviso ed è qualcosa per cui vale la pena aspettare e soffrire 8 mesi di lungo inverno. Perché in due giorni si tolgono le giacche e s’infilano gli shorts e finalmente lunghe file di alberi riempiono di verde quel cielo che sembrava enorme. I patii si affollano di sorrisi, colore e piatti traboccanti e dalle cinque in poi la città si trasforma in una festa. Toronto è colore e calore. Certo, città in cui trovare, vivere e incontrare tutte le culture del mondo se ne trovano ovunque. Ma luoghi in cui tutto questo si fonde in una bolla di ottimismo, leggerezza, colore e luminoso entusiasmo, forse quello no. Ecco allora che tutto questo si percepisce più che mai quando le foglie iniziano a colorarsi, le braccia a scoprirsi e il sole a scaldare. Sembra quasi che con i vestiti anche uno strato di tristezza se ne vada. L’aria profuma d’estate anche se giugno non è ancora arrivato, i parchi si riempiono e le strade profumano di pietanze che fanno chiudere gli occhi e sognare ogni angolo del mondo. Toronto è relativamente piccola, non è una grande metropoli e forse è proprio questa la sua grande forza. L’immensità, l’esagerazione, il ‘tutto e qui’ americano incontra una mentalità nordica, ordinata, precisa e rilassata. Colore, leggerezza e sorrisi. Toronto è incredibilmente ‘life&light’. E’ life perchè è viva, lo è incredibilmente, in ogni suo aspetto, ogni suo angolo. E’ viva in ogni muro scrostato, colorato e reso a nuova vita, in ogni piccolo quadrato di verde incastrato tra le vetrine e il cemento delle vie. E’ viva in ogni sorriso che si apre, ogni sguardo in quel ‘Hey, How are you’ che rompe quel muro di ghiaccio e rende tutti incredibilmente più vicini, friendly e allegri. E’ light perchè è luminosa. Lo è davvero, non perché le giornate sono lunghe, ma perché la città trasmette luce. Non è palpitante e nottambula come New York, né frenetica come Londra ma luminosa, come, come… come solo la città del lake Ontario più essere, perché è unica, imparagonabile a nient’altro.  E’ luce, anche nei giorni in cui sembra che una spessa coperta di grigio si sia incollata ai rami secchi e ai nugoli di fili elettrici, è luce anche quando è fine aprile e il termometro segna 0. E’ light perché il cielo è grandissimo e lo skyline basso e colorato di case quadrate senza tetto dove tutta quella luce si riflette, colora gli occhi e la pelle. Poi però lei arriva. Sua maestà l’estate, si è fatta attendere, tanto, troppo. Ed è una festa, gioia e luce incontenibile. ‘life&light’ a più non posso.

Life nei quartieri che si riempiono e light di un sole che brucia. Ogni weekend è un regalo meraviglioso. Le domeniche mattina si passeggiano pigramente tra una bancarella di muffin biologici e verdure a km 0, un caffè in una mano e un frullato nell’altra. Giusto per preparare lo stomaco ad un Branch di due ore che vede quel tavolino nel patio affollarsi di uova, pancetta, muffin salati e guacamole. E poi cos’altro se non rifugiarsi nel primo parco e impegnarsi in una delle cose che il popolo canadese sa fare meglio oltre a bere birra e divertirsi guardando decine di volte le stesse squadre di hokey scontrarsi… l’arte del ‘Nap’. SI signori, il pisolino. In effetti tutta questa ‘life’ consuma le energie’ e questi weekend a base di sole, birre, feste in strada, mercati organici e brunch da diecimila calorie si fanno impegnativi. Niente paura, la città è disseminata di quadratini verdi e ordinati, sfollati di alberi sotto ai quali sdraiarsi e prendersi una pausa da tutta questa energia luminosa. Scordatevi i ritmi, gli orari, l’ordine biologico, soprattutto quello alimentare. No, da questo punto di vista i vicini americani si sono imposti con successo. Siamo nel luogo del tutto, subito, sempre e tanto. Dove mangiare è quasi esclusivamente un esigenza… di convivialità. Lo stomaco da riempire e l’anima da rallegrare. Luce anche nei piatti, sempre e comunque. Qualsiasi cosa sia la scelta, qualsiasi luogo del mondo ci sia nel piatto é un viaggio nella ‘Life&light’ di Toronto.

Ecco allora che è già pomeriggio inoltrato e il branch già un ricordo, però kensigton market saluta la primavera con un pedestrian day di gioia, colore e luce allo stato puro. Attenzione, da maneggiare con cura e assumere a piccole dosi. Si perché, l’allegria, il calore e la leggerezza quasi sono reali e quasi s’incastrano tra i carrettini di pollo arrostito e ananas caramellate che fanno salire alte colonne di fumo tra i muri colorati e le bandiere tibetane che sventolano. Concerti sui tetti e banchetti in strada. profumi che si fondono nel sole che scalda e colora ogni cosa e sorride ogni cosa. Eccola è davvero qui. Ed ora ogni secondo dei prossimi 5 mesi sarà meravigliosamente affollato di ‘life&light’, vissuto come se fosse l’ultimo, come se fosse il primo dopo un inverno lungo 8 mesi che congela ogni cosa, ibernando, conservando, quella luce, quei sorrisi e quel calore. La città si è appena risvegliata, enjoy your ‘life&light’ Toronto!

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Ark.inU Art, Ark.inU Design

Ikea nel Medioevo.

Alcuni brand assumono una tale importante nelle nostre vite da diventare parte della cultura popolare in un modo così fondamentale che sembra davvero assurdo e surreale. Parlare di un brand come una conoscenza personale, antropofizzarlo, creare fazioni di fedelizzazione ormai è divento un comportamento naturale tra le persone. Ikea è senza dubbio una delle entità maggiori in questo strano e surreale cameratismo campanilistico che si crea attorno a certi brand. Abbiamo visto Ikea ovunque. Trasformata in arte, come fenomeno virale, boicottata, ci sono blog che cercano i prodotti Ikea nei porno e siti che offrono soluzioni per trasformarli in prodotti differenti, personalizzandoli. Cecilia Azcarate, è famosa per cercare le coincidenze o le similitudini tra le cose, o per mettere a contrasto elementi di modernità con altri di antichità. Nella sua serie B4-XVI, Cecilia accosta certi prodotti Ikea a quadri del XVI secolo appunto… le similitudini sono molte. Questo ci fa pensare che il design di massa non è poi così evoluto… e che forse sarebbe il momento di fare grandi passi avanti o ancora che molti oggetti probabilmente hanno raggiunto il loro completamento e che presto probabilmente saranno rimpiazzati da nuove soluzioni più intelligenti. Certo… potrebbe essere tutta una coincidenza… ma noi ci ragioniamo sopra comunque.

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Ark.inU Architecture

Quel che resta di Sochi.

Alexander Belenkiy

Dubbi secondo me non ve ne erano alcuno fin dall’inizio, era ovvio, visto che già a giochi iniziati i lavori per completare gli alberghi e le tante nuove costruzioni posticce non erano nemmeno vicini al fine. Ora Sochi, a soli 6 mesi dalle Olimpiadi invernali, risulta l’ennesima città fantasma, fenomeno in grande aumento. Ma le città fantasma olimpiche sono un genere a parte e ne abbiamo viste molte: da Sarajevo 84 a Monaco 72, da Atene 2004 a Pechino 2008. La lista è lunga e lo spreco è assurdamente deprimente. Le foto sono del fotografo russo Alexander Belenkiy e mostrano lo stato di degrado e abbandono a pochi mesi di distanza. Sochi si aggiunge alla lunga lista di città abbandonate, speriamo solo che abbia occasione di rinascere durante i periodi di vacanza come succede alle tante località prettamente turistiche del nostro paese. Che ne dite? Natele a Sochi? … Hey! De Sica! Idea mia!…

Alexander Belenkiy

Alexander Belenkiy

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Ark.inU Design, Ark.inU Editorial

Manifesto Iacchetti.

Gera, Internoitaliano by Giulio Iacchetti

Ho conosciuto tardi il lavoro di Giulio Iacchetti, anche perchè sono pessimo con i nomi, non che non abbia memoria… è che tendo a ricordarmi di più il progetto di qualcuno e poco me ne importa del nome di chi lo ha fatto. Mi piace un buon brand ma non sopporto chi è brand… insomma Iacchetti è diventato subito riferimento era ovvio, è un designer di quelli bravi che ancora fa i suoi schizzi, che fa sentire anche le matricole sulla strada giusta in qualche modo. Poco tempo fa Giulio (voi sapete quanto mi piaccia chiamare per nome gente che non conosco, è un modo per farci sentire tutti più vicini,ndr) ha rilasciato una intervista a Grupponove a proposito di Internoitaliano il suo nuovo brand, se così vogliamo chiamarlo, non ci interessa commentare tutta l’intervista ci interessa solo una frase, il video potete vederlo tranquillamente poi. Giulio dice, parafrasando: “Tutti siamo d’accordo con la frase ‘la forma segue la funzione’ ma sarebbe bello che la forma seguisse l’emozione…” beh… questa frase dice molto di più di quanto possiamo leggere. Non è certo una novità nel mondo della progettazione pensarla in questi termini ma bisogna avere due grandi **** per dirla davanti a tanta gente, perchè stai entrando in un campo molto difficile, stai attaccando molta molta gente che crede che la progettazione sia solo questione di numeri, soldi, cassettiere con sette cassetti e #cool. Vi racconto questa, tanto noi ormai siamo in confidenza… come Giulio anche io una volta ho provato ad esprimere questo concetto ad una docente di interni, la quale sosteneva che nel nostro progetto c’erano problemi, io ho cercato di spiegarle che un progetto è anche influenzato dalle emozioni e che uno spazio non deve essere solo un contenitore ma deve comunicare con gli utenti, deve farti dire io sto bene qui. Il risultato è stato un votaccio e pugnalate alla schiena dai compagni di esame stile Roma imperiale. Quindi uno evita di dire certe cose così indecenti davanti a certa gente perchè potrebbero essere fraintese e minare la loro autostima da progettisti. Io comunque non porto rancore, lui sa la strada, ci vediamo li… dicevamo… La bellezza di questa frase sta nella sua ingenuità forse o al contrario nella sua completa comprensione di diversi fattori che regolano il fare design. E’ senza dubbio un manifesto, e certa gente lo sta prendendo in parola. Ci piace che il progettista non sia solo una macchina che sputa frasi fatte e ragiona come chi gli ha insegnato a tirare una riga, ci piace che si prenda il tempo di elaborare una teoria progettuale, per poi magari confutarla. Ci piace che ci sia qualcuno disposto a dire: ho imparato, ora però fatemi pensare. Dire che la forma possa seguire l’emozione non è poi così assurdo infondo la progettazione oltre a considerare le funzioni di un oggetto considera anche come questo oggetto possa influenzare chi lo usa, non è mica cosa da niente, esistono persone che per lavoro fanno quello, provano cose e danno pareri, pareri che possono essere “è troppo spigoloso” o “non entra la mano” fino a cose tipo “mi rende triste”… ma diamine un divano non può renderti triste giusto? Un divano no… ma una sveglia forse… o una tenda… o una cornice… o una casa…. E cosa ti rende felice? Cosa ti piace?… Jovanotti avrebbe risposo il mare, senza torto, ma come si fa a capire cosa piace alla gente? Gente sempre più dipendente da un solo oggetto, da un unica interfaccia, da un unico sistema…. Stiamo “perdendo il contatto con la realtà”… troppi smartphone e poco cervello? …. No, non si può, la realtà è qualcosa di costante,  che addirittura si adatta a noi perché di fatto, è una percezione. Quindi non possiamo perdere il contatto con la realtà finché non impazziamo del tutto. Possiamo però cercare di percepire la realtà degli altri, di porci in una condizione di empatia e capire cosa fa star bene le persone… e ditemi voi se non è design questo…

italiaDesign: Guilio Iacchetti from italiaDesign on Vimeo.

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Ark.inU Art, Ark.inU Design

Comic Sans Cancer posters.

C’è del classismo in questa professione è chiaro, soprattutto nei confronti dei (o delle) font. Quando si fa grafica la tipografia è essenziale come l’aria, è quello che da senso al tutto. Senza una buona tipografia una buona grafica non sta in piedi, parafrasando Daniel Handler: “… la tipografia è la gioia più grande della vita”. Ed esattamente di vita stiamo parlando. Forse Comic Sans è il font più odiato da ogni designer sulla faccia del globo, apparentemente non c’è ragione ma la controversia è accesa, diciamo che per odiare Comic Sans bisogna saperne di tipografia, altrimenti si risulta solamente ignoranti. Ma tornando a noi… il font fu disegnato esattamente 2o anni fa da Vincent Connare, un designer francese che lavorava per Microsoft e per celebrare il suo ventennale il designer Neozelandese Chris Flack ha chiesto a decine di grafici e designer di elaborare un poster in A2 con l’odiato font, ma con un tema ben preciso: il cancro. La metafora è sottile ma molto intelligente, i poster sono stati realizzati per una iniziativa che finanzia la ricerca contro il cancro in Inghilterra. Comic Sans for Cancer. Come questa odiata malattia che  fa perte della vita di tutti, così quel font. I poster sono stati selezionati e verranno esposti a Londra in un galleria ad est della città. A partecipare anche il designer originale di Comic Sans… a dimostrare che nonostante l’odio e il dolore che questo provoca è ancora in piedi e se la cava bene. Quando la grafica è la cosa meno frivola che ci sia…

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Dentro Pyongyang.

Koryo Tours/JT Singh/Rob Whitworth

Da qualche tempo la Corea è diventata oggetto di interesse qui nel nostro team e la Corea del Nord è senza dubbio una delle zone più controverse del mondo. Entrare in Corea del Nord è molto difficoltoso e i giornalisti hanno moltissime limitazioni, sia su cosa dire ovviamente, sia su cosa mostrare, così è capibile che in realtà non esistano molti video della nazione chiusa su se stessa. Ecco che se troviamo un video di promozione turistica di Pyongyang è come una mosca bianca. Il video è un timelapse realizzato in più tempi montando centinaia di immagini. Il video è stato commissionato e realizzato dall’esperto di marketing JT Singh e il filmmaker Singh Rob Whitworth. Ovviamente le restrizioni sono state molte. Non vediamo nulla della crudeltà e del dolore che impregnano la vita dei Coreani oppressi dal regime. In realtà Pyongyang sembra una città piuttosto bella da questo video, ma sappiamo bene che dietro quei palazzi di cemento c’è molto di più. Oggi le immagini ci raccontano questo luogo e noi in religioso silenzio prendiamo nota.

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Ark.inU Design, Ark.inU Fashion

I loghi di Mike Federigo.

Chanel by Mike Frederiqo Courtesy of Mike Frederiqo

I loghi di moda sono tra i più riconoscibili al mondo. Sono conosciuti da tutti in tutto il mondo e venerati come sigilli degli Dei. Mike Federigo li ha resti ancora più riconoscibili fondendo il logo con il personaggio che gli sta dietro, dico personaggio perché non posso dire stilista, dato che molto spesso i creatori e gli stilisti non combaciano. Ma i loghi di Mike sono estremamente intelligenti, ironizzano sulla divinazione e sulla natura Pop. La lettura che possiamo darne è anche polemica dato che non è affatto che dietro ad un marchio c’è solo una persona, ma un esercito di persone, che molto spesso ricevano poco se nessun riconoscimento.

Marc Jacobs by Mike Frederiqo Courtesy of Mike Frederiqo

Louis Vuitton by Mike Frederiqo Courtesy of Mike Frederiqo

US Vogue by Mike Frederiqo Courtesy of Mike Frederiqo

 

YSL by Mike Frederiqo Courtesy of Mike Frederiqo

Ralph Lauren by Mike Frederiqo Courtesy of Mike Frederiqo

 

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Ark.inU Design

Gli animali di Roee.

Roee Magdassi, neo laureato all’università di Design di Gerusalemme ha creato “Tre”, una mini collezione di tre mobili che si ispirano ad altrettanti animali. Ogni pezzo trae la sua forma da una sintesi della sagoma dell’animale. Giocando con l’ironia e la giocosità i tre oggetti sono stati prototipati: una poltrona, una lampada e un tavolino. Il processo di astrazione della forma ha portato Roee a ad un risultato molto essenziale che incorpora sia tecnologia, vedi l’interruttore invisibile della lampada e un piacevolissimo equilibrio estetico.


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